Qualche mese fa sono stata a Londra per la prima volta, una città affascinante specialmente se visitata attraverso gli occhi di chi ci ha vissuto, e specialmente se capitate lì proprio durante l’ultima ed importante manifestazione contro Brexit. Senza prendere le parti del leave o del remain, in questo momento storico forse sarebbe opportuno chiedersi cosa abbia portato alla Brexit, un fenomeno che, per come la vedo io, finirà per colpire i più deboli, i lavoratori, i giovani… la middle class. Un fenomeno talmente inaspettato da dover scrivere le regole del gioco per la prima volta, ma non del tutto imprevedibile.

“Put it to the People”! il 23 Marzo 2019 hanno manifestato oltre un milione di persone per dire no alla Brexit. Ma allora perchè meno di 3 anni prima gli inglesi furono i primi a votare un referendum di uscita dall’Unione Europea?

Credo che il primo errore nella chiave di lettura della Brexit sia quello di guardare il fenomeno da un punto esclusivamente politico, ma non da quello delle diseguaglianze sociali. Si tratta infatti di un esempio che è necessario comprendere se vogliamo evitare un precedente che ha creato prima di Brexit 14 milioni di poveri, lo indica un recente rapporto dell’ONU sulla povertà in Gran Bretagna.

Il 20% della popolazione vive in stato di povertà, oggi nel Regno Unito c’è chi lavora a tempo pieno o svolge più di un lavoro, eppure questo non permette loro di guadagnare a sufficienza per uscire dalla povertà. 

Nel libro “Brexit” Domenico Carabona spiega che contrariamente a quanto possono indurci a pensare i costi di un week end a Londra, affrontare le spese quotidiane come il cibo o i trasporti, e vivere una vita agiata in Gran Bretagna oggi è molto complesso anche per gli inglesi.

Il reddito annuo medio è intorno a 21.000 sterline (poco più di 24.000 euro) una cifra che frequentemente non è sufficiente per vivere tranquilli. Ma non solo, esiste un problema radicato che ha a che fare con le resistenze nel miglioramento della propria condizione sociale di partenza: se nasci e vivi in un quartiere o in una zona non particolarmente benestante, ad esempio, frequenterai le scuole di zona (pubbliche), che difficilmente ti permetteranno di avere accesso alle migliori università (private) e che quindi avranno ricadute sulla carriera e sulla vita da adulto. Si stima infatti che chi ricopre ruoli di rilievo in Gran Bretagna oggi, appartenga a famiglie decisamente benestanti, o abbia sangue anche in piccola parte “reale”.  

Un tempo era proprio la Gran Bretagna a fare scuola di assistenzialismo: il nostro stesso sistema sanitario, nato in Italia nel 1978, si ispirava al modello britannico basato sui principi di uguaglianza, equità e universalità. Ad un certo punto della storia qualcosa ha iniziato a spezzarsi: quando persino servizi pubblici essenziali come la salute o l’istruzione vengono privatizzati, spesso con essi vengono a mancare anche i diritti umani più basilari, come quello di non vivere in condizioni di povertà, di istruirsi, o di condizioni lavorative ed economiche eque e favorevoli. Misure di austerità quali lo smantellamento della sanità pubblica a favore delle privatizzazioni, l’istruzione eccellente solo quando ha il privilegio di essere privata, la privatizzazione delle aziende statali e la perdita di potere sindacale hanno cambiato il sistema di welfare in un modo più drastico e rapido rispetto a molti altri paesi occidentali. Quello che oggi è il V Paese più ricco al mondo, include 14 milioni di persone senza risorse sufficienti, in povertà, di cui 1,5 milioni non possono permettersi neppure i beni di prima necessità.

Fu Margaret Thatcher la prima a promuovere l’intervento del capitale degli imprenditori per risollevare le sorti dei beni pubblici, e alleggerire la spesa dello Stato. Nessun governo inglese ha più invertito la rotta, una rotta che ha alimentato le disuguaglianze sociali ed il malcontento popolare, mentre si decideva di accontentare quel bacino di elettori vicino alla privatizzazione. Philip Alston, relatore Onu su povertà e diritti umani dichiara in un ‘intervista ad Altreconomia che “il piano di austerità avrebbe potuto facilmente risparmiare i poveri se ci fosse stata la volontà politica di farlo, ma la scelta è stata quella di finanziare gli sgravi fiscali per i ricchi. Non è solo un disonore: è una calamità sociale e un disastro economico”.

Alla fine dei giochi l’alibi perfetto lo crea sempre l’Europa, con le sue grigie regole, ed interessi inspiegabili da una stampa che non sa, o non vuole raccontarli.

E allora la posta in gioco per una campagna al referendum Brexit, che promette addirittutra di recuperare 350 milioni di sterline per il sistema sanitario se risparmiate da Bruxelles, diventa notevolmente alta.

Poco male se poi gli stessi artefici di questa propaganda ammetteranno di aver mentito, e se ne andranno in vacanza senza troppi sensi di colpa.

Poco importa anche, se dopo Brexit la stessa condizione sociale che ci ha mossi a votare leave finirà per peggiorare ulteriormente.

E allora è troppo facile dire che l’Europa non funziona o che gli inglesi sono populisti; quello che tutti dovremmo chiederci è dove ci porterà continuare a credere che i problemi arrivino da Bruxelles e non siano già nei nostri paesi di provenienza, dove da anni li alimentiamo, mentre inseguiamo un colpevole e mai una colpa, basterebbe girarsi dalla parte giusta per notare quelle politiche di austerità che soffocano lo sviluppo sociale e il futuro di molti bambini.

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