Qualche mese fa in un paese vicino a Madrid ho visitato una cattedrale costruita da un uomo comune che spinto da una forte motivazione personale si era messo a studiare per realizzare quell’opera con le proprie mani. Certo non era perfetta, ed era piuttosto bizzarra, ma era la prova tangibile che se hai un sogno, lavori sodo, studi e ci credi nulla è impossibile.

Chissà quante volte le misure non erano corrette, i mattoni storti e il materiale insufficiente, eppure quell’uomo ormai novantenne non si era arreso. Ieri sera dopo una giornata di lavoro infinita e una settimana lunghissima a mezzanotte ho chiuso il computer. Con quel gesto ho ripensato a quante di quelle relazioni mi ero trovata a scrivere negli ultimi 4 anni. Dal 2012 quando confusa e dolorante sono entrata nell’APE avevo come unico desiderio quello di riuscire a cambiare qualcosa in quel sistema ingiusto ma soprattutto non equo. Ho incontrato tante donne, ma anche tanti uomini nel mio cammino che avevano in qualche modo il mio stesso desiderio un po’ “fanciullesco”. Ieri sera quelle parole erano per la Commissione Igiene e Sanità del senato italiano, a cui martedì avevamo relazionato.

A volte la strada è così faticosa che ti sembra di restare immobile ma se si guarda indietro neanche ci si crede a quanta ne abbiamo fatta. Siamo state all’INPS ormai 3 anni fa, perché ce lo ricordiamo bene cosa significhi trascinarsi al lavoro piene di dolore dopo una notte insonne e non avere nessuno che ti dica “tu vai bene così, anche se oggi non potrai andare al lavoro”, siamo state in Parlamento Europeo una delle esperienze più belle della mia vita, ho sognato per un attimo la prima volta che ho letto la bozza dei PDTA della regione Emilia Romagna, ed eravamo decise a non lasciare nulla di intentato martedì davanti alla Commissione del Senato. Non si contano tutte le e-mail mandate a cui non abbiamo mai ricevuto risposta, le leggi regionali lette la sera davanti alla TV, le ferie, i permessi, i libri comprati, gli studi scientifici scaricati sperando di trovare quel dettaglio, quella svolta. Ho maturato in questi anni fame di sapere, di conoscere per sognare in concreto, e forse questo è il più grande merito che do all’endometriosi. Inevitabilmente ieri sera chiudendo il PC mi sono chiesta:

“E adesso?”

E adesso la palla passa alle istituzioni, che spero leggano attraverso i nostri occhi una malattia sociale che paga lo scotto della normalizzazione del dolore femminile, delle diseguaglianze di genere, e forse proprio per questo, i suoi numeri non sono mai abbastanza importanti. Questa era l’ultima fermata di un percorso realizzato solo grazie a noi volontarie, donne, ma non sarà il capolinea comunque andrà. Seguite il vostro istinto quando qualcosa vi sembra ingiusto, studiate, siate curiose, oggi voglio credere che ognuno possa costruire la propria piccola o grande cattedrale.

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