Sono convinta che la rete, quando utilizzata in modo corretto, e non abusata, possa trasformarsi in una risorsa; questa opportunità emerge specialmente se comparata al gap che anziani e fasce di popolazione non digitalizzate, hanno pagato in termini di isolamento durante questi mesi di quarantena.

Purtroppo lo stesso gap è emerso anche per gli alunni in termini differenti; zone italiane con connessioni internet assenti o carenti, hanno forzato i ragazzi a seguire le lezioni su smartphone, a seguirle solo al termine dello smartworking dei genitori, o peggio ancora a non avere la possibilità di seguirle. Questo ha creato diseguaglianze nell’ opportunità di apprendimento, riservandole di fatto alle fasce più abbienti o meglio collocate geograficamente in Italia.

La didattica non è solo opportunità formativa e diritto all’istruzione; la scuola, è anche opportunità di legame, di interazione, di scambi di idee e di arricchimento è comunicazione indiretta e apprendimento non-formale che restano nel bagaglio esperienziale dei giovani, spesso ancor più di qualche formula. Le lezioni sono frontali, ma mancano strumenti di supporto agli insegnanti per formularle, sottoponendo i docenti ad un ulteriore sforzo in termini di competenze e creatività nel ripensare una nuova forma comunicativa efficace attraverso uno schermo.

Sebbene Internet possa fornire ai giovani un luogo per condividere le proprie opinioni, o addirittura oggi sia in grado di fornire un’ancora di salvezza per la didattica a distanza, ci sono rischi legati alla sicurezza dei contenuti come cyberbullismo, ghosting, molestie verbali e psicologiche.

Nessuno sta affrontando l’ opportunità senza precedenti che si sta perdendo: quella di educare al digitale i nostri giovani ed i nostri bambini nel periodo storico dove forse più utilizzeranno la tecnologia nell’arco della propria intera esistenza, perseveriamo nell’errore di fornire ai giovani strumenti digitali senza metterli al riparo dai rischi. La sfida è quella di garantire che i benefici sociali ed economici siano erogati all’unisono con l’uso sicuro dei media digitali.

Come ci ricordano le impietose quanto ormai lontane scene di famiglie al ristorante con i bambini seduti al tavolo a giocare con il tablet, il fatto che i bambini oggi sappiano usare uno smartphone fin dai primi anni di vita, e distinguano app con grande facilità non significa che sia stato intrapreso uno sforzo per educare i giovani ad un uso consapevole delle tecnologie, nonostante questo esponga bambini e adolescenti a rischi che spesso non sono nemmeno in grado di percepire e dai quali non hanno gli strumenti per difendersi da soli.

L’83% dei ragazzi tra gli 11 e i 17 anni utilizza internet attraverso un telefono cellulare: lo smartphone ha avuto la funzione di catalizzare contenuti diffusi, ma non necessariamente di qualità. Quella attuale è forse la prima generazione cresciuta in una società in cui l’essere connessi rappresenta la normalità quotidiana. Sebbene l’agenda digitale italiana sia complessivamente in ritardo rispetto alla media europea, oggi oltre l’80% della popolazione tra i 14-29 anni utilizza internet e i social network come fonte di informazione. Online si è vittime di bolle comunicative, le opinioni assumono tutte il medesimo valore, senza strumenti per discriminare le fonti. I ragazzi possono essere facilmente preda di notizie congegnate per imitare notizie attendibili che fanno leva su predisposizioni innate, confermando pregiudizi preesistenti.

La letteratura suggerisce peraltro come la diffusa esposizione a tali contenuti sia collegata a cambiamenti negli atteggiamenti nei confronti dell’affettività e del genere, favorendo lo sviluppo di miti, e contribuendo ad alimentare percezioni negative nei confronti dell’amore, e dell’uguaglianza di genere con modelli poco attinenti alla realtà.

Un altro aspetto non secondario nell’importanza di educare al digitale è quello della salute: il Covid stesso ha lasciato emergere tutte le fragilità della rete in materia di benessere. Spesso la prima fase di diagnosi è ancora una volta demandata al fenomeno del “Dr. Google”, con un rischio di deterioramento del rapporto di fiducia verso le figure professionali, oltre che rischi di sovra o sotto-diagnosi.

Parlare di solidarietà digitale così come di didattica a distanza dunque, senza educare i giovani ad un uso consapevole del digitale e senza lavorare per recuperare quel ritardo nell’agenda digitale che per anni è stato oggetto di discussioni distratte, rischia di essere l’ennesima scatola vuota di argomenti che andrà a discapito della formazione di milioni di studenti con conseguenze inevitabili sulle opportunità occupazionali

Lo scorso anno il tasso di occupazione (20-64 anni) in Italia è salito al 63%, ma è ancora molto al di sotto della media UE (73,2 %), con un ampio divario tra le regioni, ed una percentuale pari al 19,2% di NEET, giovani non occupati né inseriti in un percorso di istruzione o formazione, che resta la più alta dell’UE.

Naturalmente il dato occupazionale risulta sbilanciato a favore degli uomini, con l’occupazione femminile che vede l’Italia fanalino di coda europeo seguita solo da Montenegro, Grecia, Macedonia e Turchia. Interessante anche constatare, in ottica occupazionale, come le discipline umanistiche siano ancora in qualche modo prevalentemente riservate alle donne a discapito di quelle scientifiche, tecniche o politiche.

La produttività tendenzialmente stagnante dell’Italia è anche dovuta alle debolezze del sistema di istruzione e formazione: investire nelle competenze è quindi fondamentale per promuovere una crescita intelligente, inclusiva e sostenibile.