Alla fine del mese di Giugno l’Osteopatia è stata riconosciuta Professione Sanitaria dal Governo italiano. Un iter lunghissimo, che durava da anni, essendo stato avviato dall’allora Ministro Lorenzin nel 2016, attraverso l’inserimento nei nuovi LEA.

I LEA (livelli essenziali di assistenza), sono un insieme di percorsi di cura e prestazioni sanitarie che lo Stato intende garantire ai propri cittadini e pazienti.

L’inserimento dell’Osteopatia nei LEA non aveva nella pratica portato alcun cambiamento sostanziale. Come spesso è accaduto e come vi ho già raccontato in questo blog, capita molto spesso che la comunicazione mediatica attribuisca più valore a questi riconoscimenti di quanti poi ne abbiano nella realtà. L’inserimento dell’Osteopatia nei LEA, non faceva cioè parte di quelle prestazioni garantite ai cittadini con le risorse del SSN. Era stato di fatto un provvedimento che attivava il percorso di riconoscimento dell’osteopatia, che si sarebbe concluso solo con la pubblicazione dei decreti attuativi.

Da Giugno 2021 l’Osteopatia è dunque una professione sanitaria riconosciuta dallo Stato Italiano. Questo regolamenta anche nel nostro paese, un percorso di studi universitario per poter diventare osteopata ed iscriversi ad un albo professionale. Fino ad oggi per conseguire il titolo di osteopata è stato necessario frequentare un corso della durata di 5 o 6 anni in cui è previsto lo studio di scienze mediche di base come anatomia, patologia, fisiologia, biomeccanica, biochimica, biofisica, embriologia, istologia, neurologia e altre, oltre alle materie prettamente osteopatiche.

La notizia del riconoscimento è stata molto discussa da esperti e meno esperti, in quanto alcuni hanno criticato questa scelta del Governo, ritenendo l’osteopatia, una sorta di NON scienza. Una tesi smentita da numerose pubblicazioni e revisioni in tutto il mondo e dalla pratica clinica sempre più apprezzata e condivisa da molti esperti e specialisti medici non osteopati.

Il nodo della questione è che l’osteopatia, seppur con risultati documentati in letteratura scientifica, è una medicina manipolativa, e come tale, a differenza di altre discipline non è sempre “misurabile” o tangibile attraverso la raccolta di dati. Tuttavia questo aspetto non ne dovrebbe sminuire o screditare gli esiti. Il tatto è infatti uno degli strumenti per ottenere un’interazione collaborativa con il paziente, per convalidare le informazioni cliniche e per rilevare le disfunzioni somatiche. (The role of touch in osteopathic practice: A narrative review and integrative hypothesis)

Vi ricordate quando i nostri nonni ci raccontavano di come il medico di famiglia di una volta andasse a casa e li visitasse, non solo attraverso il colloquio clinico, ma anche con il tocco? Un tempo senza gli strumenti diagnostici e terapeutici di cui disponiamo oggi, la diagnosi tramite palpazione era una pratica considerata affidabile, anche durante la visita medica.

Occorre allontanarsi dalla mentalità per cui se non si utilizzano pillole, farmaci, o bisturi, non si sta intraprendendo un percorso di cura. La via della salute è diversa da paziente a paziente, da caso a caso, ed è olistica, cioè composta da più approcci multidisciplinari, e percorsi integrati (pensiamo ai benefici di una corretta alimentazione e stile di vita).

In molti paesi europei, la figura dell’osteopata è riconosciuta da tempo ed integrata all’interno delle stesse strutture ospedaliere (ad esempio con il trattamento dei neonati, subito dopo il parto). Anche in Italia alcuni importanti Ospedali sono pionieri in tal senso, e prevedono il consulto/trattamento osteopatico all’interno della propria struttura. L’Istituto Superiore di Osteopatia segnala inoltre come il riconoscimento esista da tempo anche negli U.S.A., Canada, Russia, Australia e praticamente in tutti i paesi occidentali.

Nelle prossime interviste vi parlerò di un caso esemplare in cui uno studio ha determinato come l’osteopatia sia in grado di ridurre l’impiego di farmaci nell’80% dei pazienti intervistati. La pratica osteopatica ha infatti molto a che vedere con la prevenzione e la riduzione dell’impiego di farmaci non strettamente necessari (in particolare in campo antalgico, di antinfiammatori e antidolorifici), con effetti positivi sulla salute dei pazienti ma anche sulla riduzione di costi sanitari non giustificati.

L’osteopatia è storicamente anche una medicina preventiva, volta a contenere l’insorgenza di processi patologici, oltre che a curare dove necessario. Il trattamento tiene infatti in considerazione tutto il corpo del paziente, non solo la parte malata, per ripristinare un’unità ed un’integrità anatomica e funzionale.

Purtroppo però il riconoscimento dell’Osteopatia non è andato come si sperava. Alcuni esperti di osteopatia ritengono che il decreto possa inibire il lavoro dei professionisti e la formazione dell’osteopata del futuro, dal momento che all’interno del testo di legge sono presenti alcune incongruenze e deficit rispetto alla professione osteopatica, che in qualche modo potrebbe essere sminuita.

In questi mesi ho visionato il testo della legge, e mi è sembrato da subito piuttosto scarno (che in Italia a dirla tutta non è sempre una cosa negativa): si compone di 6 articoli, dove il primo riguarda la profilazione della figura professionale. Di fatto il decreto dimezza la formazione osteopatica passando dai 5/6 anni previsti fino ad ora, ad una laurea triennale. Le equipollenze, cioè l’identificazione dei titoli precedenti, per coloro che sono già osteopati oggi, sono ancora da stabilire. Come e quando i professionisti della “vecchia scuola” dovranno uniformarsi a questa nuova legge non è dato saperlo. Sempre all’articolo 1, si limita il trattamento osteopatico alle sole disfunzioni non riconducibili a patologie e all’ambito muscolo scheletrico. Questo significa, per fare un esempio pratico, che io che sono affetta da endometriosi, secondo questo testo dall’osteopata non dovrei più andarci, perchè il decreto ha stabilito che questi professionisti non sapranno più trattare i miei sintomi. Qualcosa che mi pareva avessero fatto egregiamente fino a oggi.

Il testo riduce l’osteopata alla professione di prevenzione quando essendo nell’ambito della medicina manipolativa si tratta per definizione anche di una professione di cura. Senza sminuire l’importanza della pratica di prevenzione, non si può ignorare come la stragrande maggioranza dei pazienti si rivolga all’osteopata per ragioni di cura, per curarsi!

Andando avanti all’articolo 2, vengono ripensati gli ambiti di competenza: l’osteopata non fa diagnosi. (Anche qui ho già pensato personalmente di organizzarmi andando dal medico ogni volta che dovrò farmi diagnosticare un complicatissimo attacco di cervicale, e poi andrò dall’osteopata con una diagnosi fatta a voce dal mio medico curante). Il decreto inoltre limita la pratica osteopatica al tratto muscoloscheletrico, e non cita altre pratiche come l’osteopatia viscerale.

Infine il testo specifica come questa legge “non dia luogo a nuovi o maggiori oneri economici a carico della finanza pubblica”. Una legge a costo zero insomma.

Gli altri aspetti sono di conseguenza.

Verranno introdotti osteopati anche nelle strutture del Servizio sanitario nazionale?

Si modificheranno le normative che riguardano i concorsi?

Si stanzieranno le relative risorse per le assunzioni su scala nazionale?

Le prestazioni osteopatiche verranno riconosciute nei livelli essenziali di assistenza?

Verrà modificata la normativa sull’Educazione continua in medicina e permessi i corsi ECM anche per la figura dell’osteopata?

Giudicate voi come regolamentare in questo paese possa significare complicare attraverso grovigli di inesattezze, escludere e approssimare, sulla pelle di pazienti e professionisti.

Io lo trovo un caso curioso, ma anche l’ennesimo ottimo esempio di come non dovrebbe andare.

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