All’inizio era l’attesa di nuove informazioni e certezze per capire cosa fosse successo precisamente. Poi è diventata attesa della fine delle restrizioni. Poi attesa dei vaccini. Poi attesa della fine della pandemia. L’attesa è esattamente ciò che ha distrutto la salute mentale di milioni di persone. Più della paura, più della malattia in sé, è questa sensazione di essere perennemente sospesi tra un “quando finirà?” e un “sto sprecando anni preziosi della mia vita” che causerà le conseguenze più difficili da gestire, ovvero quelle psicologiche. -Afferma lo scrittore Gianluca Gotto nel suo blog.

È opinione piuttosto comune quella di pensare che a pagare il tributo più alto di questa letargia, di questa comfort zone forzata in cui i limiti sono diventati sicurezze, siano i più giovani. (Ne ho parlato un po’ QUI ne “Il Bonus psicologo che non serve”, dicono.)

Il Corriere della Sera riporta come all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma i casi di suicidio e tentato suicidio e autolesionismo siano aumentati del 30%, mentre un’indagine condotta da Save the Children ha evidenziando che dall’inizio della pandemia almeno 1 bambino su 4 è affetto da problemi psicologici. Già all’inizio del 2021, sempre il Corriere della Sera, titolava: Storie di pazienti da 0 a 18 anni, «immersi in un’alienazione che è diventata normalità»

È abbastanza evidente quanto la gestione della pandemia abbia creato un fenomeno dei nostri giorni, dove gli adulti di domani vivono un lungo momento di apatia, pessimismo e divisione. Dove il digitale ha sostituito il quotidiano a sostegno della narrazione del distanziamento sociale, che forse sarebbe stato più salutare definire distanziamento fisico. Oggi, nonostante il tributo altissimo pagato dai più giovani, i media si riferiscono frequentemente a loro come “serbatoi di virus” e, ammesso anche che sia così (uno studio pubblicato sul Lancet invita a prendere con molta cautela questo mito mediatico), questi a me non sembrano essere aggettivi particolarmente azzeccati e gradevoli per riferirsi a coloro che per 2 anni abbiamo privato di istruzione, socialità, emozioni, esperienze e di chissà cos’altro avremmo fatto noi alla loro età.

Non è un paese per giovani, ma il problema ha radici più profonde. Sebbene questa sia l’epoca delle malattie non tangibili, dei malati cronici invisibili, della depressione, la salute mentale ed i risvolti emozionali sono ancora qualcosa di decisamente sottostimato. L’Italia è un paese in cui la terapia, il supporto emotivo, psicologico ed emozionale è ancora piuttosto stigmatizzato e comunemente ritenuto una cosa da grandi, uno spazio in cui portare il bambino solo davanti ad evidenti e manifesti disagi.

Ovviamente è molto più di questo. Ecco perchè ne ho parlato con la Dott.ssa Eleonora Giordano**, Pedagogista e operatrice olistica, co-autrice del libro “Il potere curativo delle emozioni”.

– Spesso tendiamo a credere che terapie e trattamenti siano “cose da grandi”. Possiamo sfatare questo falso mito?

Chi o cosa stabilisce se una proposta sia da grandi o da piccoli? 

Lavorare con le emozioni, per i bambini e per i ragazzi, è un gioco facilissimo: è finalmente poter trovare il modo, il canale, le parole per tirare fuori ciò che si ha dentro. Un bambino è una persona che viene accompagnata nel mondo, che viene presa per mano e sostenuta per percorrere i suoi primi passi nella vita. Appartiene alla naturalità delle cose che i primi anni di vita il bambino abbia bisogno di maggior sostegno perché è il periodo della conoscenza del mondo, dell’acquisizione degli strumenti per vivere la realtà e nella realtà-società. Ed è proprio qui che sta il gioco! Seguire da lontano il bambino, lasciarlo libero di esprimersi e di fare esperienza, lasciarlo libero di sbagliare, di cadere, di rialzarsi, di prendere padronanza di ciò che impara attraverso l’esperienza… solo così potrà avere un approccio giocoso, curioso sicuro verso le diverse proposte che gli si pongono. Ecco, la libertà nel fare esperienze va di pari passo con la libertà di scelta; ciò significa che è importante proporre, mostrare che esiste la possibilità poi saranno i bambini ed i ragazzi a decidere e scegliere se continuare oppure no.

– Possiamo affermare che bambini e giovani siano in qualche modo più ricettivi rispetto agli adulti?

Si, concordo pienamente nella tua affermazione per il semplice motivo che i giovanissimi conservano quella parte di leggerezza e gioco che noi adulti abbiamo anestetizzato. Per loro che si trovano a vivere il momento di transizione tra l’infanzia, l’adolescenza e l’età adulta la maggiore ricettività avviene nel momento in cui comprendono la loro unicità come persone e la preziosità del conservare la parte bambina non trascurando la costruzione di quella “da grandi”- adulta. 

– Un bambino che è stato in terapia sarà un adulto più consapevole?

Assolutamente si… ed è un bambino con lo sguardo verso di sé, curioso ed attento al mondo circostante alle cose che gli accadono, a ciò che non comprende. È un bambino che si fa domande e si mette in discussione per trovare la “risposta giusta” prima dentro il suo cuore. Un bambino consapevole è un bambino maggiormente predisposto all’aiuto ed all’ascolto dell’altro, è un bambino che comprende prima quando si “sta perdendo”, quando cioè perde di vista il suo equilibrio, il suo “centro” e di conseguenza in lui scatta la ricerca per trovare e ritrovare gli strumenti che lo riportano a sé. 

– Quando e come inizia il percorso di terapia nel bambino? 

Solitamente i genitori mi contattano perché vedono nel proprio figlio irrequietezza ed agitazione e/o perché le insegnanti hanno segnalato delle difficoltà di attenzione e comportamento o semplicemente perché sono bambini insicuri, chiusi che faticano a socializzare o hanno vissuto situazioni particolarmente impegnative (come per esempio una separazione, la morte di un genitore, ecc…). Quando accolgo un bambino ed inizio un percorso non ho uno schema diversi da quello che seguo per un adulto. Ovviamente tutto in un clima giocoso e divertente, facendomi aiutare da fogli, colori, libri e giochi di fantasia: tutto con il fine di accompagnare i giovanissimi a conoscere sé, la loro vera essenza.

Ti va di darci una piccola anteprima del tuo nuovo libro? di cosa si tratta?

Esistono tanti testi che parlano di corpo e di emozioni, di come ci si può aiutare a “stare bene”, però tutti indirizzati al mondo adulto; anche “Il potere curativo delle emozioni”, scritto con Debora Selmi, fornisce un quadro prezioso per capire le emozioni all’origine di disturbi e malattie ma sempre indirizzato “ai grandi”, così mi sono chiesta se fosse stato possibile rendere comprensibili quegli stessi concetti anche ai bambini. Ed è nato questo libro (il cui titolo è ancora in gestazione), che raccoglie sei storie unite da un unico filo: far conoscere gli aspetti emozionali del corpo. Il mio desiderio è che nei bambini possa nascere la curiosità di comprendere il perché le emozioni influenzano il corpo e la domanda “come posso aiutarmi?”.

– Dove possiamo trovarla?

Potete trovarci a Casa Gabrielle (Stradello Sacerdoti 63, 41122 Modena) , un luogo magico, un luogo di pace, un luogo d’incontro in cui i professionisti lavorano fianco a fianco per il ben-essere delle persone ed in cui l’associazione con i suoi volontari ne sono parte integrante.
energiaebenessereasd@gmail.com
tel. 3389323645

** Eleonora Giordano è Pedagogista e operatrice olistica, co-autrice del libro “Il potere curativo delle emozioni” -Master di II Livello in Coordinamento pedagogico presso l’Università degli Studi di Firenze. Ha seguito seminari e Corsi di formazione con Reggio Children ed il Centro Internazionale Loris Malaguzzi di Reggio Emilia; insieme a tali percorsi formativi ha affiancato il lavoro nei servizi per l’infanzia (0-6 anni) del Comprensorio Ceramico e del Comune di Modena. L’attività di volontariato presso il centro giochi del reparto di Pediatria del Policlinico di Modena le ha fatto capire quanto bisogno ci sia di sostenere, accompagnare e condividere con adulti e bambini le difficoltà del vivere quotidiano per conoscersi e riconoscersi sempre più. Comincia così un percorso di conoscenza personale attraverso la riflessologia plantare che le fa maturare e concretizzare le sue capacità di apertura e ascolto verso l’altro. Segue il corso di Riflessologia plantare che, dopo approfondite ricerche, le fa trovare un metodo per poter applicare tale tecnica anche con i bambini e le donne in gravidanza permettendole di affiancare al massaggio “fisico” tutta la componente emozionale. Nell’agosto 2017 corona il suo “sogno nel cassetto” che la vede in aiuto di alcune missioni in Madagascar (Africa) con il Centro Missionario Diocesano di Reggio Emilia.

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