Alla fine di febbraio si è parlato molto della decisione del Governo di non estendere la possibilità di lavoro agile (da remoto) alle pazienti affette da endometriosi.

La richiesta era stata formulata con un documento a firma congiunta da alcune associazioni italiane. All’inizio dell’anno Aendo, ALICE odv – Endomarch Team Italy, Endo-Care e Arianne Onlus, con il sostegno della Società Italiana di Riproduzione Umana- Siru hanno chiesto al Governo l’inserimento delle pazienti affette da endometriosi nell’elenco dei lavoratori fragili, con l’obiettivo di ottenere la modalità di lavoro agile per lavoratrici pubbliche e private. Anche io ho partecipato come attivista alla redazione e alla firma di questo documento.

In quel periodo il Governo stava lavorando ad alcune soluzioni per i soggetti considerati fragili, cioè affetti da quelle patologie che sono inserite in appositi elenchi che ne regolamentano alcune forme di tutela, tra le quali quella lavorativa. L’endometriosi però non rientra in questi elenchi e le pazienti non hanno la possibilità di usufruire di alcuna tutela lavorativa.

Le associazioni e i professionisti firmatari hanno chiesto che il Governo garantisse il diritto al lavoro per le donne affette da endometriosi inserendo la malattia tra le patologie croniche di questo elenco. Un modo per favorire la prestazione lavorativa in modalità agile salvaguardando, non solo il posto di lavoro delle pazienti, ma anche la capacità di spesa per la cura della propria patologia.

Nella seconda metà del mese di febbraio la richiesta delle associazioni è stata respinta, nonostante l’inserimento all’interno di questo elenco fosse chiaramente una misura a tempo determinato. Il decreto 4 febbraio 2022 infatti individua le patologie croniche con scarso compenso clinico e con particolare connotazione di gravità, in presenza delle quali, la prestazione lavorativa è normalmente svolta in modalità agile solo fino al 28 febbraio 2022, ancor prima della fine dello stato di emergenza.

In base all’articolo 26, commi 2 e 2-bis, del Decreto Cura Italia –legge 17 marzo 2020, n. 18– i lavoratori dipendenti pubblici e privati in possesso di certificazione rilasciata dai competenti organi medico-legali, attestanti tra le altre cose una connotazione di gravità (ai sensi dell’articolo 3, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104).

svolgono di norma

  • la prestazione lavorativa in modalità agile, anche attraverso l’adibizione a diversa mansione ricompresa nella medesima categoria o area di inquadramento, come definite dai contratti collettivi vigenti,
  • specifiche attività di formazione professionale anche da remoto;

Con decreto-legge 24 dicembre 2021, n. 221 (articolo 17, comma 1) si dispone la proroga di tale disposizione fino alla data di adozione di un decreto che disciplini e individui queste condizioni, e comunque non oltre il 28 febbraio 2022.

—> Leggi anche: Alcune associazioni hanno chiesto al Governo di estendere il lavoro agile ai casi di endometriosi

È chiaro quanto l’inserimento dell’endometriosi nell’elenco fosse quasi un atto simbolico, il primo tassello di un riconoscimento sostanziale della malattia. Anche se essendo l’endometriosi riconosciuta come malattia invalidante solo sulla carta, questo avrebbe significato un primo passo importante.

L’endometriosi è inserita nell’elenco delle patologie croniche e invalidanti, negli stadi clinici più avanzati (“moderato o III grado” e “grave o IV grado”) riconoscendo a queste pazienti il diritto ad usufruire in esenzione solo di alcune prestazioni specialistiche di controllo.

La situazione dal punto di vista delle tutele sul lavoro e delle esenzioni è piuttosto complicata. Le tabelle di invalidità sono obsolete, negli anni ’90 il riconoscimento era possibile attraverso la somma di altri campi di invalidità che riguardavano, ad esempio, gravi interventi all’apparato riproduttivo. Nel 2012 erano state approvate le nuove tabelle indicative delle percentuali di invalidità e le malattie invalidanti e l’endometriosi era stata inclusa. Questa era stata accolta come una buona notizia, ma l’allora ministro Renato Balduzzi non emanò il decreto attuativo prima della fine della legislatura e non lo fece nemmeno chi prese il suo posto negli anni a venire.

Il più delle volte la valutazione dello stato di salute è rimandata alla discrezione della commissione di invalidità esaminante, e in ogni caso le attuali tabelle non favoriscono la comprensione dell’impatto dell’endometriosi sulla vita lavorativa. Una situazione stagnante aggravata dall’assenza di tutele lavorative per le pazienti, e dalla mancanza di congedi mestruali nel nostro paese. Le pazienti raramente raggiungono il punteggio necessario a vedersi riconosciuta una percentuale significativa di invalidità, continuando a trascinarsi doloranti in luoghi di lavoro non certo a misura a di donna.

-> Leggi anche: Endometriosi il calvario delle donne tra lavoro, costi e sanità post-pandemica

Eppure nemmeno una misura poco costosa come quella che regolamenta il lavoro agile per i lavoratori fragili ha trovato il consenso del Governo per venire incontro alle esigenze delle persone affette da Endometriosi.

Il difficile equilibrio casa-lavoro, il pendolarismo, lo stress, o il solo fatto di restare sedute per molte ore consecutive possono alimentare i dolori e la sintomatologia dolorosa.

Perché non è stata presa in considerazione una misura che non grava in modo significativo sulle tasche dello Stato?

Perché manca la volontà di farlo?
Dove sono gli esponenti del Governo che da anni promettono misure sull’endometriosi?

Un’occasione persa per rendere i posti di lavoro più sensibili e inclusivi verso la malattia.

La pandemia ha restituito numerose testimonianze di pazienti che hanno tratto beneficio dal lavoro agile. Lavorando da remoto non solo si riduce il tempo fuori casa, ma i dolori sembrano diminuire: meno stress, meno pendolarismo e la libertà di potersi alzare dalla sedia ogni volta che se ne sente la necessità.

Alcune donne stanno sperimentando la collaborazione degli specialisti (ginecologici, psicoterapeuti ecc) nel redarre certificazioni che attestino come il lavoro agile andrebbe a beneficio della salute della propria paziente, o che sottolineano la necessità di sollevare le pazienti da mansioni troppo pesanti, per essere ricollocate in ruoli più congeniali ai ritmi dettati dalla malattia. Questa procedura però non ha alcuna validità formale e rimanda quindi alla disponibilità dei singoli datori di lavoro. Così anche quando la mansione sarebbe compatibile con un lavoro a distanza non c’è sempre spazio per una mediazione.

Se la tua malattia non prevede per legge una tutela lavorativa significa che non ne hai bisogno. La questione del riconoscimento di una malattia è un concetto che non per forza coincide con la tutela della persona affetta da quella patologia. L’endometriosi è una malattia riconosciuta da anni ormai, ma in assenza di tutele vere e proprie questo non incide sulla qualità di vita delle pazienti.

La letteratura scientifica rileva che il fenomeno del presenteismo ha conseguenze molto chiare: riduzione dell’orario lavorativo, perdita del lavoro, ridotta produttività e abbandono del posto di lavoro.

Il Parlamento Europeo ha calcolato 22,5 miliardi di oneri annuali per congedi di malattia, e sono 33 i milioni stimati in Italia per le giornate lavorative perse.

Studi scientifici hanno documentato come almeno il 14% delle persone con Endometriosi abbandoni il proprio posto di lavoro, non parli della malattia al lavoro per paura delle conseguenze (40%) o perda una media di 5 giorni al mese per i sintomi dolorosi.

Una sconfitta che non è solo delle donne, ma di tutta la società.

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